REMBRANDT BUGATTI

scultura, animali









PRODUZIONE ARTISTICA

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BIOGRAFIA


Nato a Milano da una famiglia di artisti, Rembrandt Bugatti è il terzo figlio di Carlo Bugatti (1856-1940) e di Teresa Lorioli, nonché nipote di Giovanni Segantini.
Suo padre Carlo era un affermato disegnatore in stile Art Nouveau di mobili e di gioielli, oltre che di tessuti, ceramiche e metalli.
Suo fratello maggiore Ettore è stato il fondatore dell'omonima famosa casa automobilistica.
Rembrandt Bugatti ha modo di crescere in un ambiente culturalmente stimolante per il continuo contatto con gli artisti che frequentano la casa di famiglia: Giacomo Puccini, Ruggero Leoncavallo, lo scultore Ercole Rosa che, suo padrino, propose il suo insolito nome di battesimo.
Sul giovane Rembrandt, già precocemente interessato alla scultura, particolare influenza ha lo scultore russo Paolo Troubetzkoy.
Studia all'Accademia di Brera ed espone i suoi primi lavori a Venezia e poi a Parigi dove la famiglia si trasferisce nel 1902.
Rembrandt Bugatti firma un contratto per lavorare e vendere i suoi bronzi con Adrian Aurelien Hébrard, proprietario dell'omonima galleria e fonderia d'arte.
Di carattere solitario, si mantiene ai margini dell'ambiente artistico, mentre il suo amore per la natura e la fauna lo porta a trascorrere molto tempo in una riserva naturale parigina nei pressi del Jardin des Plantes.
L'originale Elefante danzante, modellato nel 1904, negli anni '20 sarà adottato dal fratello Ettore come simbolo della Bugatti Royale.
Nel 1907 stabilisce il suo studio ad Anversa, nei pressi dello Zoo dove gli è permesso di studiare da vicino le caratteristiche e le abitudini degli animali esotici e di modellare direttamente dal vivo.
Tra il 1907 e il 1914 realizza così una serie di sculture di animali quali elefanti, pantere e leoni che riscuotono il favore del pubblico. Nel 1911 la galleria Hébrard gli espone con successo una mostra di oltre cento sculture.
Lo scoppio della guerra nel 1914 provoca in lui i primi effetti di una depressione, aggravata dallo sconforto per l'avvenuto abbattimento dei tanto studiati animali dello zoo.
Si dedica all'assistenza dei feriti con l'organizzazione della Croce Rossa di Anversa, ma contrae la tubercolosi. Fa ritorno in Italia per arruolarsi nell'Esercito, ma viene riformato.
Ritornato a Parigi vi si trova solo e in gravi difficoltà economiche poiché la guerra ha nel frattempo provocato la crisi del mercato artistico. Si toglie la vita nel suo studio di Montparnasse inalando del gas. Non aveva ancora compiuto 32 anni.
È sepolto nella tomba di famiglia, in Alsazia.
Quella di Rembrandt Bugatti è, da un certo (cinico) punto di vista, soltanto la storia di un disadattato, di un uomo rimasto per tutta la vita estraneo alla vita, ai margini, in una separazione dolorosa e sempre più faticosa dal mondo.
Ma Rembrandt Bugatti è stato un artista, un artista che ha avuto un certo riconoscimento, avendo peraltro successo fra fine Ottocento e primi del Novecento.
E’ stato uno scultore consacrato agli animali – anche quando ritraeva un uomo, non ricercava che un animale più evoluto.
Uno scultore animalista che cercava nel suo lavoro, nella sua missione (cogliere la vita dell’animale, il suo movimento, vivere con lui e per lui quanto più possibile), riposo e consolazione da quella estraneità così pesante.
Bugatti era più che mai un aristocratico, che viveva delle sue opere (e dell’aiuto del fratello, il celebre Ettore, quello delle automobili) e che ai suoi modelli (gli animali dello zoo) invidiava la loro beata inconsapevolezza.
Un uomo triste, solitario, muto, che camminava per le strade di Parigi e di Anversa (camminava sempre, ogni giorno, diretto verso il giardino zoologico) ingobbito, appesantito da quella estraneità.
Con gli animali, Bugatti riusciva a instaurare una sorta di empatia sentimentale. Amava senza dubbio gli animali, la loro compagnia. Bugatti aveva bisogno degli animali, li cercava, viveva con loro, nonostante tutti i fastidi e i pericoli che potevano procurare; stava con loro nell’illusione di potersi salvare, di trovare in loro una liberazione (spirituale addirittura?), del resto impossibile.
Così quando la guerra, la prima guerra mondiale, costrinse le autorità belghe ad eliminare gli animali costretti nello zoo di Anversa, per paura di fughe di bestie feroci per la città ormai assediata dai tedeschi, per Bugatti fu la fine: crollava il suo mondo fantastico e senza parole.
L’ultimo periodo della vita di Bugatti, ormai ridotto in povertà e forse già condannato dalla malattia, fu una specie di salto giù nell’abisso, nell’assurdo del dolore, fino al suicidio, estrema rivendicazione di dignità. Assoldò un giovane emigrante italiano e lo crocifisse, sul serio: lo legò per lunghe ore a una croce con degli stracci bagnati, per poter avere finalmente un modello umano (e non-umano allo stesso tempo); e fra i sospiri e i dolori di quel finto-Gesù, desideroso solo di qualche soldo, Bugatti riuscì a dar forma alla sua ultima opera.
La figura di Bugatti può ricordare, per certi versi e paradossalmente, quella del monomaniaco Achab sul Pequod. Il nostro scultore animalista viveva l’ossessione per gli animali e per i loro corpi, odiando allo stesso tempo le normali relazioni esistenti fra uomini e animali (da compagna, da passeggio, da esibizione).
Preferiva contemplarli, contemplando forse in essi la propria malattia, ovviamente mortale.