GIANNI DOVA

pittura Nucleare









PRODUZIONE ARTISTICA

spazialismo, pittura Nucleare


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BIOGRAFIA



Gianni Dova (Roma, 1925 – Pisa, 1991). Si diploma nel 1945 a Milano all’Accademia di Brera, dopo aver seguito i corsi di Funi, Carpi e Carrà. Lascia la capitale per trasferirsi alla fine degli anni Trenta con la famiglia a Milano. La cultura visiva dell'epoca è ancora costretta tra le maglie dell'ordinamento prospettico, in piena sintonia con le esigenze governative del regime dittatoriale. Come reazione a questa realtà sorge "Corrente di vita giovanile" (1938-1943), la rivista fondata da Ernesto Treccani, ambiente in cui si forma un movimento di pensiero impegnato ora a rivendicare il rispetto per l'integrità etica dell'uomo ora a stimolare una linea creativa autentica, autonoma dalla proposta estetica novecentista. Tra gli aderenti al gruppo si nomina Birolli, Cassinari, Gatto, Morlotti e Quasimodo, presenze di spessore umano che offrono al giovane Dova l'opportunità di confrontarsi con un modello culturale alternativo a quello espresso dalla retorica ufficiale, ma anche di recepire l'urgenza dell'espressione artistica come testimonianza di libertà e di vita. Testimone emblematico di questo insieme di forze è l'opera di Pablo Picasso, per molti un modello espressivo da seguire. Intatti, ancora in fase di conflitto, Gianni Dova sperimenta l'estetica cubista, la cui sintassi si incentra su problematiche di ordine formale e compositivo. Il soggetto, in genere caratterizzato dalla presenza di nature morte, è solo un pretesto tematico per concentrarsi meglio sui rapporti delle stesure cromatiche, sullo sfasamento dei piani, sulla struttura d'insieme. Questa linea di ricerca trova puntuale conferma nell'adesione al "Manifesto del realismo di pittori e scultori", avvenuta nell'immediato dopoguerra. Infatti nel '46 Dova firma assieme ad Ajmone, Bergolli, Bonfante, Morlotti, Paganin, Testori, Tavernari e Vedova il suddetto Manifesto, conosciuto anche come "Oltre Guernica". L'opera di Picasso resta pertanto il punto di riferimento col quale misurarsi. L'avverbio "oltre" non esprime un distacco radicale, bensì testimonia l'adesione ai valori formali presenti in Guernica non rafforzati però da un esplicito riferimento tematico.
La distruzione del paese basco riflette i bombardamenti di Milano, testimonia la realtà del proprio tempo, di fronte a cui l'artista non può sottrarsi. Dova manifesta quindi la propria partecipazione ai drammi della storia attraverso l'operare artistico, che a quei tempi era vissuto come sostanziale contributo al rinnovamento sociale. Questa tensione umana altera l'inclinazione idealistica della cultura a favore di un atteggiamento pragmatico, disposto a calarsi nella realtà per migliorarla. Si assiste pertanto ad un'intensa attività pittorica aperta al clima internazionale e pronta a rinnovare il proprio linguaggio. Infatti ad un anno circa di distanza dal "Manifesto del realismo" Dova aderisce a "Gruppo di Linea" formato da Remo Brindisi e Jbrahim Kodra. Qui si adotta un linguaggio astratto teso ad approfondire il significato della forma. Tuttavia l'estetica astratto-concreta, col suo rigoroso ordine geometrico, compiuto nella profilatura delle forme e netto nella stesura del colore, si rivela poco consona al temperamento dell'artista, bisognoso invece di un maggior grado di libertà espressiva. Questa consapevolezza, accompagnata dalla continua esigenza di confronto, lo porta a firmare il Manifesto Spaziale del '48. L'adesione di Dova allo Spazialismo capeggiato da Lucio Fontana non è motivata da un vero e proprio interesse per le problematiche spaziali, bensì è favorita dall'attenzione rivolta al processo creativo. Infatti la poetica spaziale proposta da Fontana prevede sì il supporto della conoscenza scientifica e l'impiego di mezzi tecnologici per attuare lo sconfinamento fisico del quadro, senza per questo vincolare la creazione artistica a dettami razionali. L'atto creativo resta un fenomeno vitale, per molti aspetti imprevedibile che trova la propria scaturigine prima nella sfera dell'inconscio. In questo senso si può intendere l'adesione spaziale di Dova che non abbandona il supporto del quadro e concepisce lo spazio in termini squisitamente pittorici. Tuttavia l'effettivo inizio di una poetica spaziale avviene non prima del '50, dopo la personale del '49 di Wols al Milione e a quella dell'anno successivo di Pollock al Naviglio. Spazialità del '51 segna pertanto l'abbandono delle composizioni a carattere geometrico e l'apertura della stagione spaziale. A parte l'esplicita dichiarazione del titolo, il concetto di spazio si articola attraverso la granulosità della superficie che testimonia l'abbondante uso di materia pittorica. Anche l'esecuzione della parte cromatica gialla, realizzata secondo la tecnica del dripping, riflette un comportamento gestuale che mette in gioco l'attività corporea dell'artista nello spazio del quadro. Tuttavia le opere che caratterizzano la produzione artistica dei primi anni Cinquanta sono legate allo sviluppo di un tema iconografico riconducibile a forme organiche primigenie. Anche la tecnica pittorica, quella del flottage, rivendica una concezione creativa autonoma. Per comprenderne la portata estetica si legga definizione proposta dallo storico dell'arte Tristan Sauvage: "il flottage, in definitiva, è il risultato che si ottiene lasciando cadere sull'acqua gocce di vernice o altri coloranti che a contatto con essa si emulsionano assumendo le forme più svariate. Appoggiando sulla superficie così trattata un foglio di carta - intervenendo però nel momento che il pittore ritiene più adatto in quanto le forme nascono e si mutano e si disintegrano con grande rapidità - si possono fissare in modo permanente questi giochi della materia" (Tristan Sauvage, Pittura italiana del dopoguerra, Milano, Schwarz Editore, 1957, p.152). Si tratta pertanto di una tecnica pittorica sorretta dalla logica del caso su cui l'artista si limita ad intervenire arrestando il processo. Si accosta in seguito, al movimento della pittura nucleare con Enrico Baj e Sergio Dangelo. Le sue prime opere si ricollegano al surrealismo, integrato dalle reminescenze di Max Ernst. Nel 1962 partecipa alla selezione del premio Guggenheim a New York ed espone alla Biennale di Venezia. Sarà invitato di nuovo nel 1966 con una sala personale. Nel 1971 una retrospettiva a Colonia. Nel 1972 una grande mostra personale a Palazzo Reale di Milano e presso il Museo Gallierà di Parigi. Nel 1978 personale al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles e nel 1979 al Louisiana Museum in Danimarca. Da segnalare la mostre monografiche a Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 1980, l’antologica curata dal Comune di Messina nel 1982 e una personale a New York nel 2001. La sua cospicua produzione, spazia tra grafica, pittura, scultura, ceramica e decorazione murale.