CESARE TACCHI

pop art, stoffe









PRODUZIONE ARTISTICA

Cesare tacchi, pop art, piazza del popolo, schifano, fioroni, lombardo

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BIOGRAFIA



Cesare Tacchi esordisce nel 1959 in occasione di una mostra a tre, con Schifano e Mambor, alla galleria Appia Antica di Roma. Nel febbraio del 1963 partecipa alla colletti va "13 pittori a Roma" organizzata da La Tartaruga; il tema che lega gli artisti ­spiega Dorfles -è l'arredo urbano che costituisce "ai nostri gior­ni il primum movens d'ogni esistenza comunitaria [...] Tutto un piccolo universo di 'lettere visive', di semantizzazioni grafiche, che ci colpisce di continuo, cui non possiamo sfuggire, che costituisce l’humus del nostro modo di essere e di vedere".
Nel­l'aprile di quell'anno Tacchi espone nuovamente a La Tartaruga, assieme a Mambor e Lombardo, confermando l'oggettualità e la costruttività di una ricerca che indaga il paesaggio urbano (taxi, autobus o scritte pubblicitarie che riformula con un linguaggio minimalista). Risale al 1965 la sua produzione di oggetti-quadro, tele aggettanti con inserti di tappezzeria, rasi e stoffe da arreda­mento. Sui patchworks imbottiti Tacchi delinea figure a smalto nero, ritratti di amici, figure di attori, icone dell'arte e tutto un repertorio di immagini prelevate dalla réclame o dai rotocalchi , ivi comprese poltrone, divani e pareti di interni borghesi. Con queste opere Tacchi assimila la tela alla tapisserie intenden­do trasformare il quadro in un simulacro, in un arredo; non si trat­ta tuttavia di una produzione industriale ma di un procedimento assolutamente artigianale, tra i primi tentativi di articolare il sup­porto del quadro.
Benché sia necessario riconoscere una comu­ne parentela con i Sacchi ei Gobbi di Alberto Burri, le opere di Tacchi differiscono profondamente dalle coeve ricerche dei mila­nesi Bonalumi e Castellani le cui morfologie vertevano su un lin­guaggio astratto. Nel tentat ivo di superare il limite della superficie bidimensionale e animare plasticamente il tessuto sul telaio, alla personale del 1965, sempre presso La Tartaruga, presenta due significative opere: Cleopaolina (rivisitazione della Paolina Bor­ghese e di Cleopatra mediante l'uso del tessuto "impero") e La Primavera allegra (il cui decoro floreale rimanda al dipinto del Bot­ticelli). Se prima Tacchi adattava il supporto alla figurazione ades­so le stoffe preziose prendono il sopravvento sull'imbottitura. La limitante dimensione del quadro non tarda a sconfinare nel­l'oggetto vero e proprio -come attesta la scultura-divano propo­sta ad "M e povera e 1m/Spazio" presso La Bertesca di Genova nel 1967 -preludio a una ricerca che volgerà nel concettuale. La performance Cancellazione d 'artista del 1968 lo vede infatti trin­cerato dietro un vetro che gradualmente andava
oscurando con della vernice, fino a scomparire dalla vista del pubblico. Vicever­sa, nel 1972 decide di esporre se stesso al palazzo Taverna di Roma. Negli anni settanta partecipa a importanti rassegne pres­so il Palazzo delle Esposizioni di Roma, la Galleria d'Arte Moder­na di Bologna, la Quadriennale di Roma, ma abbandona le figure concentrando la propria attenzione sugli elementi materiali dell'o­pera: la cornice e il supporto. Un decennio più tardi ritorna a dipin­gere secondo una logica matematica che gli permette di trovare nuove forme e nuovi equilibri, astratti o presunti tali. In questi nuo­vi quadri perdura ancora un motivo floreale che, basato su un puro compiacimento formale, si riallaccia alle stoffe degli esordi. "II mio obiettivo -affermerà Tacchi nel 1990 -era quello di crea re opere a tre dimensioni (anche se soft e cedevoli come sogni). Alle volte questi miei quadri-oggetto volevo che fosse­ro realmente messi a terra, e non per aria, né appesi al muro. Chi li appendeva al muro era perché aveva un'idea della gal­leria come luogo dove esporre quadri. Quando potevo, i miei lavori io li mettevo per terra, perché era un po' come ricreare una
V. Rubiu, La realtà imbalsamata di Cesare Tacchi, in Catalogo 3, edi­zioni La Tartaruga, Roma 1966.