TANO FESTA




In questo ciclo, molto spesso l'elefante è inserito all'interno di ambientazioni fantastiche , circondato da simboliche pareti colorate: c'è il chiaro riferimento all'espressione
"an elephant in the room" tipica della lingua inglese per indicare un problema evidente e impossibile da ignorare , ma che nessuno vuole affrontare. L'idea alla base è che un elefante dentro una stanza sarebbe impossibile da ignorare ; quindi le persone all'interno della stanza fanno finta che questo non sia presente , evitando così di affrontare un problema più che palese. Sono opere dove Festa coniuga ironia e denuncia sociale in cui l'elefante è visto simbolicamente come metafora della sua vita , nella mole del pachiderma sono racchiuse tutte le sue frustrazioni , i suoi vizi e le sue paure. Nessuno ha mai capito veramente perché si fosse lasciato andare dentro quel buco nero da cui sapeva che non sarebbe più uscito e l'unico mezzo per denunciare il suo disagio è stata la pittura , dove riusciva a testimoniare tutto il suo vissuto. Sono opere in cui esprime l'insofferenza , il dispiacere o comunque la constatazione neutra per l'indifferenza del pubblico e degli uomini di cultura alla sua ricerca ; nell'imponente mole del pachiderma si rispecchia la sua solida e massiccia corporatura , tutti i suoi vissuti psicologici possono essere racchiusi nella frase " il problema è diventato così grande che non si può semplicemente ignorarlo" , ecco appunto il richiamo alla tipica espressione inglese "an elephant in the room" per indicare il nascondere una verità che , per quanto ovvia e appariscente , viene ignorata o minimizzata. L'espressione si riferisce anche ad un problema molto noto (il suo uso di droga) ma di cui nessuno vuole discutere e cercare di aiutarlo a sconfiggerlo.


" Penso con un po' di rammarico a quello che poteva essere e non è stata l'America per noi artisti negli anni Sessanta. Quando bazzicavo gli States , e li bazzicavo soprattutto perché avevo una bellissima fidanzata che si chiamava Barbara , ero diventato amico di Oldenbur e di Ben Birillo , il grande mercante della pop art. Ci fu anche Alan Stone che mi propose una grande mostra , ma rifiutai , messo su da certi collezionisti romani che lo giudicavano un cialtrone svaccato. Ma l'osso duro era Castelli , altero e sussiegoso , che mi fece capire che era meglio " smammare ". Lo capisco anche : la pop art è stato il primo movimento originale della pittura americana , andavano orgogliosi dei loro " campioni " finalmente liberi della sudditanza nei confronti della cultura europea , non volevano intrusioni. Negli anni Ottanta , invece il clima è cambiato e la transavanguardia ha avuto successo non solo perché operazione ben orchestrata dal trio Mazzoli-Sperone-Bonito Oliva , ma perché gli americani avevano bisogno di un input per riscoprire e tirar fuori dagli scantinati i loro " realisti " degli anni trenta. Adesso a mano a mano che danno la stura ai depositi muffiti , i " nostri " vengono ricacciati indietro. Per parte mia ricordo con molta tenerezza , con molta malinconia , tentativi ingenui e maldestri di conquistare l'America. Mi rammento ad esempio quando con Mario Schifano facemmo il viaggio coast to coast in bus , perché così avevamo letto nei breviari degli scrittori hippy. Fu un viaggio scomodissimo e interminabile e Mario sovreccitato mi petulava " Ah Tano , ma davvero andiamo a Mexico City? . Ci arrivammo per davvero e Schifano girò un documentario in cui appaio sempre di sbieco avvolto in un grande impermiabile con la mia facciona ridente e bonaria da romano provincialissimo ( è una delle " chicche " che si deve sorbire chi va in pelligrinaggio culturale al suo studio ). "
Tano Festa

Da quanto esposto sopra si evince tutto il disagio , l'insofferenza per l'indifferenza del pubblico e degli uomini di cultura alla sua ricerca , che Festa denunciava attraverso le sue opere , la stessa puntigliosa polemica che ritroviamo in Angeli e in Lo Savio che decide di sottrarsi al tradimento della sua utopia sociale : dopo essersi lanciato da un balcone dell'Unité
d' Habitation di Le Corbusier a Marsiglia , muore in un caldo giorno di settembre del 1963 , accanto a lui la moglie Marianne e il fratello Tano Festa , accorso da Roma grazie a una colletta di amici artisti e galleristi.


BIOGRAFIA



Esponente di riguardo della Pop Art  italiana, basti pensare che, negli anni ‘60, le sue opere venivano esposte accanto a quelle di Newman,  Rothko e Willem de Kooning, è stato uno dei primi della sua generazione a rovesciare il metodo americano: mentre gli americani raffigurano oggetti di consumo veri e propri come simboli artistici da cui trarre l'ispirazione, gli italiani, viceversa, “consumano” l'arte stessa trovando nelle radici culturali della nostra storia i motivi della loro figurazione.
Nel 1957 consegue il diploma in fotografia artistica all’Istituto d’arte di Roma, e partecipa alla rassegna di gruppo introdotta da Pierre Restany con Angeli, Lo Savio, Schifano, Uncini, e soltanto nel ’61 terrà la sua prima esposizione personale.
Fondamentale per la sua carriera è la partecipazione insieme a Schifano, Baj e Rotella alla mostra intitolata “The New Realism” a New York su invito di Sidney Janis. Nel 1964 arriva la prima Biennale di Venezia, dove viene esposta (per la prima volta) una delle sue “Persiane”, di chiara ispirazione Metafisica e New Dada. La scelta del soggetto si intreccia profondamente con la vicenda personale dell’artista: l’anno precedente infatti, Francesco Lo Savio, fratello maggiore di Tano Festa, aveva cercato la morte in un albergo a Marsiglia. La sua morte, sentita come tragica ed eroica, cambia radicalmente l’arte di Tano Festa che, influenzata da un modo malinconico, quasi crepuscolare, di vedere gli oggetti intorno a sé, sottolinea la valenza metafisica degli oggetti che segnano il confine della nostra mortalità: non a caso Festa ricostruisce in legno soprattutto “soglie”.
Negli stessi primi anni '60 si sofferma sui maestri della tradizione italiana e del Rinascimento, in particolare il Michelangelo della Sistina e delle Cappelle medicee; interviene col colore su fotografie o ridipinge a smalto immagini proiettate sulle tele, interpretandole come icone pubblicitarie. Esse rivivono, sovente iterate, in una nuova spaesante dimensione di clima vagamente surreale, ma con immediata suggestione di lettura. A New York inizia il lavoro sui “Cieli” ciclo condotto a termine in Italia e presentato a Milano nella mostra Il Planetario nel 1966. Nel 1967 Festa espone ad Arte in Italia 1960-77' a Torino. Inserisce nuovamente icone famose prelevate dalla storia dell'arte in
riquadri geometrici o maschere di colore piatto, senza alcuna componente ironica, pensiamo alle raffigurazioni in chiave moderna dei suoi “Michelangelo”.
Dopo un difficile periodo di scarsa creatività e di deludente riconoscimento da parte della critica, è invitato alla Biennale di Venezia del 1980, 1984. Degli anni '80 la serie “Coriandoli”, ciclo in cui il gesto si trasforma in pura poesia, in cui la libertà fantasticata e sempre teorizzata raggiunge una purezza sublime. Espone lungo il decennio a varie rassegne sulla Pop art mentre nel 1988 viene organizzata una retrospettiva romana. Dopo la sua morte, è tra i prescelti da M. Calvesi per la rassegna romana Novecento alle Scuderie Papali al Quirinale e Mercati Traianei